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Il Centro Studi Savitri (CSS) è costituito da un piccolo e informale gruppo di amici accomunati dall'interesse per questo testo, per quello che ruota intorno a Sri Aurobindo e Mère, per lo yoga in generale.
Anche se nel CSS sono presenti persone che regolarmente insegnano yoga classico, per quanto riguarda lo yoga di Sri Aurobindo e Mère il CSS non ha alcuna pretesa di rappresentarne la visione o di possederne una interpretazione corretta o completa. Il CSS non ha nemmeno alcuna pretesa di rappresentare in modo più o meno esaustivo le persone interessate alla visione di Sri Aurobindo e Mère. In particolare non rappresenta l'Ashram, né Auroville, né la rivista "domani"; nemmeno ne condivide necessariamente l'operare, le scelte o gli approcci.
Per una descrizione articolata delle posizioni di questo sito su Savitri e il mondo legato a Sri Aurobindo si rimanda all'estratto di "Verso Savitri" disponibile in pdf, in particolare alle voci "Contagio / Incendio" e "Spiegare Savitri?".
Per considerazioni generali sugli intensivi organizzati dal CSS vedere le Domande frequenti sugli intensivi oppure la registrazione audio del 14/10/2005 a Motrano "Introduzione all'intensivo" mp3 (13MB) mp3 stream di cui esiste anche la trascrizione pdf (520kb) e html (560kb).
Il sito è gestito da Carlo Chiopris e da Monica Pirazzoli.
Per contatti: savitra-contact@yahoogroups.com.
Qualche domanda che mi viene posta spesso, oppure che non mi viene affatto posta, ma che sento girare nelle teste delle persone. A volte anche nella mia.
A parte la mia professione principale, sono un insegnante di hatha yoga, diplomato alla scuola ISYCO e a quella Yoga Marga. Insegno regolarmente yoga presso l'Associazione Yoga Marga, e insegno meditazione presso l'Associazione Yoga Darsana Path. Spesso tengo seminari sulla meditazione in Sri Aurobindo su richiesta di altri, quali Auroville International Italia, l'Agriturismo Motrano, il Centro Yoga Savitri di Fondi. Svolgo spesso la funzione di traduttore a ritiri di Vipassana per Geraint Evans e Frank Ostaseski.
La mia frequentazione del mondo aurobindiano risale al 1977, quando a 17 anni sono andato da solo in India per conoscere l'Ashram del quale leggevo da tre anni. All'Ashram ho potuto conoscere e frequentare Nata, incaricato a quei tempi da Mère di seguire gli italiani, e altri discepoli quali Nolini e Nirodbaran. Per periodi ripetuti di pochissimi mesi, ho anche lavorato nei dipartimenti dell'Ashram. Da allora sono stato a Pondicherry quasi ogni anno, anche se col tempo le necessità lavorative mi hanno portato a ridurre progressivamente le mie permanenze.
Nelle pubblicazioni dell'Ashram e dintorni il termine "Aurobindonian" ricorre frequentemente, ad indicare ciò che è collegato a Sri Aurobindo. Anche se molti non amano l'esistenza di questa etichetta, un modo per indicare questo insieme di persone, variegato quanto si vuole, non strutturato quanto si vuole, è utile. In questa prospettiva non c'è dubbio che io sia aurobindiano.
Quando si passa a identificare il sistema di credenze, o una fede, le cose si complicano. Non posso affermare di condividere le credenze più diffuse all'Ashram o ad Auroville, più o meno collegate ai testi di Aurobindo e Mère. Inoltre non mi sento affatto in dovere di credere qualunque cosa Aurobindo e Mère abbiano detto nell'arco delle loro lunghe vite, specie nei testi meno ufficiali (quelli che non hanno potuto rivedere, quelli precedenti allo yoga, le conversazioni trascritte a memoria dai discepoli etc). Più di tutto, non penso di dover avere nei confronti di questi testi lo stesso atteggiamento che i Cristiani, per fare un esempio, hanno con la Bibbia. Lo yoga è una pratica e un atteggiamento, non l'adesione a un sistema di credenze (anche se un qualche sistema è inevitabilmente presente come sfondo della pratica).
Penso che questo mi identifichi come aurobindiano molto sui generis. Per questo ritengo di dover ribadire spesso che quello che faccio non rappresenta altro che me e la mia comprensione. Chi è alla ricerca di una voce ufficiale o di una fede cieca non può che rivolgersi altrove. Chi pensa che le mie posizioni siano una perversione grossolana o sottile della visione di Aurobindo o Mère, può benissimo darsi che abbia ragione. Porti pazienza, spesso mi pongo la stessa domanda. Mi si riconosca almeno che non pretendo di avere la verità.
Sono un praticante, non molto regolare, nella Tradizione della Foresta di Ajahn Chah del Buddhismo Theravada. A questa tradizione io devo molto della conoscenza di prima mano della meditazione e della concentrazione (samadhi) che ho. Devo inoltre una guida etica (sila) e un po' di saggezza (panna), ma sopratutto l'aver potuto conoscere di persona uomini e donne eccezionali che mi hanno indicato il valore della profondità e della compassione.
Sono buddhista per questo? Tra praticanti (buddhisti?) non ci si pone in genere questo tipo di domande legate all'identità, perchè sono specifiche delle tradizioni del Libro e della Rivelazione, e del loro concetto molto forte di identità. Il Buddhismo Theravada non è una rivelazione, è una tradizione che affronta in modo diretto ed efficace alcuni problemi dell'esistenza, quelli che ritiene fondamentali o almeno prioritari. Non affronta altri problemi coi quali si confrontano invece Aurobindo e Mère.
Nel mondo dello yoga classico sono un insegnante di hatha yoga e insegno le pratiche di base della meditazione. E' essenziale comprendere che essere un insegnante o un istruttore è molto diverso dall'essere un maestro o un guru.
Nel mondo dello yoga di Sri Aurobindo sono solo un praticante con una certa esperienza, lunga se non altro, privo di qualunque pretesa di autorevolezza o rappresentatività. Mi trovo spesso a condurre attività di studio e pratica sullo yoga di Aurobindo, ma non pretendo di esprimere altro che la mia comprensione e la mia esperienza, sperando (sempre meno col passare del tempo) che qualcuno le possa trovare utili. A parte queste attività non ho, per mia scelta, alcun gruppo che faccia riferimento a me e nessuno che io consideri discepolo. Inoltre posso dire in piena sincerità di non avere la sensazione di alcuna missione da compiere relativa a questo yoga, a parte essere d'aiuto quando posso. Nessun sogno, nessuna visione, nessuna percezione interiore, nessuna misteriosa catena di eventi mi porta ad essere nulla più che questo.
Sia nel mondo dello yoga classico che in quello di Sri Aurobindo, mi dispiaccio molto di essere (a volte, mio malgrado) paragonato a maestri veri, di vere tradizioni spirituali, perché un tale confronto significa non aver minimamente compreso il senso del mio lavoro e mettermi implicitamente nella posizione del ciarlatano. Sono soltanto un praticante, non una specie di sacerdote, di predicatore o di missionario.
Sono sempre stato spontaneamente toccato da questo passaggio dell’Agenda sul non-pretendere:
N'ambitionne rien, surtout ne prétends jamais rien, mais soi à chaque instant le maximum de ce que tu peux être.
Non ambire a nulla, soprattutto non pretendere nulla, ma sii ad ogni istante il massimo di quello che puoi essere.
L'Agenda de Mère, Les Soutras de Mère, pag 122
perché mi sembra che getti una luce diversa e più chiara sul significato di quella sincerità di cui tanto si parla in questo yoga. Questa non significa “non dire le bugie”, quanto invece una conoscenza intuitiva dei propri movimenti, e la capacità di attenersi alle cose come sono, senza appunto pretendere che siano altrimenti.
Un concetto legato a questo è quello del ciarlatano. Ciarlatano è chi pretende un ruolo che non gli spetta, che non è in grado di svolgere ma soltanto di recitare. Per Aurobindo è qualcosa di tipico dell’ego vitale:
A great sincerity is asked for and has to be imposed not only on the conscious mind but still more on the subliminal part of us which is full of hidden movements. For there is there, especially in our subliminal vital nature, an incorrigible charlatan and actor. <…> Immediately he must take the further step of relegating himself to the position of the Witness.
Viene richiesta una grande sincerità, che deve essere imposta non solo sulla mente cosciente, ma ancora più sulla parte subliminale in noi piena di movimenti nascosti. Perché si trovano là, specie nella nostra natura vitale subliminale, un ciarlatano e un attore incorreggibili. <…> Immediatamente deve (il praticante) prendere il passo ulteriore di relegarsi nella posizione del Testimone.
The Synthesis of Yoga, Page 229
For in this vital ego there is frequently a mixture of the charlatan and mountebank, the poser and actor; it is constantly taking up a role and playing it to itself and to others as its public.
Perché in questo ego vitale c’è spesso un misto di ciarlatano e saltimbanco, di imitatore e di attore, è sempre lì a ricoprire un ruolo e a recitarlo a se stesso e agli altri come pubblico.
The Life Divine, Page 533
Ogni tanto penso che la posizione del ciarlatano è qualcosa che non origina solo dall’individuo ma anche dalla sua interazione con gli altri, quando questi gli chiedono di essere altro da quello che è perché non sanno vedere cosa è davvero, o perché semplicemente desiderano altro. Nel mondo dello yoga è pericoloso, perché a non fare attenzione ci si trova allora a fingere di essere esperti di un testo sacro, o di una qualche forma di meditazione. Ci si trova ad imitare qualcun altro nelle cose che si dicono, nel modo di parlare, perfino di sedere e di dormire. Ci si trova a pretendere ciò che non può essere anche in quelle che sembrano le qualità migliori. Davvero una grande perdita. A volte una vera rovina.
La soluzione è allora quella che Aurobindo indica nel passaggio citato: prendere fortemente la posizione di Purusha, che paradossalmente significa proprio riconoscere la natura non-individuata e non-personale del complesso che convenzionalmente chiamiamo “io”, e nel lasciare andare ogni parvenza di gratificazione che la recita sembra generare.
La prossima osservazione è sul ruolo di chi guida questi intensivi, e quindi la domanda relativa è se chi guida questa attività deve essere considerato un maestro, un guru. Risposta: un intensivo come questo esiste perché qualcuno si prende la briga di proporlo e organizzarlo, e qualcuno si prende la briga di partecipare. Queste due cose sono inscindibili, come Purusha e Prakriti, come l'assoluto e il relativo… (ride) Quindi è qualcosa che esiste non perché ci sono io - io propongo di fare questa cosa e voi accettate di farla. E' importante capire che il fatto di condurre un intensivo non dice molto sulle qualità della persona che lo conduce, questo spero vi sia chiaro. In particolare (questo ci tengo a sottolinearlo) non rende questa persona un rappresentante di qualcosa. Non fate questo errore, perché uno dei meccanismi fondamentali dell'ego (l'ego è sostanzialmente meccanismo, è un modo in cui noi reagiamo alle cose dando loro una solidità che non hanno, le cristallizziamo) è che, per il fatto che io in questo momento sono la persona che conduce l'intensivo, può sembrare una situazione più eterna di com'è in realtà. Non proiettate sulle cose temporanee una durata che non hanno. Allo stesso modo, il ruolo che io svolgo in questo momento non è indipendente da voi, quindi questo ruolo non è né immutabile nel tempo (perché potrebbe essere l'ultima volta che accade) né indipendente da altri, che in questo momento siete voi.
E’ importante che voi sappiate che io in questo momento non rappresento né Aurobindo, né l'Ashram, né Savitri, né tutti gli aurobindiani d'Italia. Non solo, non rappresento nemmeno un gruppo stabile, non fate nemmeno la proiezione di pensare che ci saranno altri incontri come questo: magari ci saranno, ma non è detto. Non proiettate solidità a qualcosa che sostanzialmente non la può avere. Quindi il mio ruolo è quello di scandire il tempo e fare da supporto alla concentrazione, quel tipo di concentrazione che voi non avreste al di fuori di un intensivo; io cercherò di portarvi là, però il mio ruolo è veramente solo questo. Altri possono organizzare intensivi diversi, non entriamo nel meccanismo “solo questi sono veri intensivi", evitiamo di entrare nel terreno delle competizioni, si possono fare mille altre cose; però ora siete venuti a questo, e per favore attenetevi alle regole - assolutamente temporanee, assolutamente impermanenti - che ci diamo in questi due giorni.
Altra cosa: vi chiedo, vi spingo a portare la concentrazione su un testo, ecc; ma non posso in nessun modo sapere ciò che accade nella vostra testa, quindi in un certo senso gli unici responsabili dell'intensità della vostra pratica siete voi. Io non posso sapere se quello che vi sto proponendo in quel momento è giusto per voi o no, lo dovete valutare voi, siete voi che dovete prendere quello che vi è stato detto e farne il meglio che potete. Se la cosa vi sembra troppo pesante non fatela, se vedete che le ore di studio sono troppo lunghe potete alzarvi; certo che noi tutti preferiamo la situazione in cui siamo precisi come orologi, ma questa è la situazione ideale, non vivetela come un'imposizione. E’ molto importante, nello sforzo della concentrazione, l'atteggiamento dolce. Se durante lo studio o durante la concentrazione volete alzarvi e uscire, fatelo in modo di disturbare il meno possibile; ma allo stesso modo, le persone che rimanendo sedute sentono quelle che escono, devono astenersi dal giudizio e dall'avversione: dev’essere in entrambe le direzioni: la persona che si alza non deve sentirsi in colpa, le persone che non si alzano non devono dire: “Non ce l'ha fatta io invece si!” (risate)
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Un’ultima domanda, che mi viene fatta in modo molto tagliente: io ho sostenuto che quanto detto sui testi di Sri Aurobindo e Mère dev’essere considerato autorevole. E mi sento dire: ma chi si crede di essere, per poter parlare di Savitri? (ride) A parte l'oggettiva difficoltà di essere considerati esperti su qualcosa, per cui non c'è una tradizione consolidata, come nel mondo buddhista. Nel mondo theravada un monaco è più esperto, nel mondo tibetano un monaco ha fatto un ritiro di tre anni, tre mesi e tre giorni, c'è un'istruzione, c'è una scuola, c'è una struttura. Noi non abbiamo niente del genere. Non c'è una scuola dell'Ashram dove si va, si studia e si ha un certificato, non la vogliono. Quindi è molto difficile capire cosa vuol dire essere esperti, ma qual è il vero scopo di un lavoro su Savitri? Io ritengo che un lavoro su Savitri si avvantaggi dall'essere introdotto, soprattutto alcune parti e in particolare l'inizio. E' abbastanza difficile capire, senza una introduzione: in genere quelle dieci pagine sono un muro contro cui si sbatte, e quindi è utile che qualcuno le introduca, le spieghi. Quello che spiega e che racconta, è la cosa giusta? Non è detto, come tutte le cose è un’arma a doppio taglio, per un verso può essere la cosa giusta, e per l'altro verso può essere la cosa sbagliata. Però il punto della questione non è se quello che viene detto è giusto o sbagliato; l'obiettivo è che comunque si sia in contatto con questo testo.
Alla fine di questi due giorni, se io dovessi ragionare in termini di successo di questo evento (non lo farò), riterrei che questo lavoro avrebbe avuto successo non se voi andaste via pensando che sono espertissimo di Savitri, che sono bravo ecc, ma se voi andaste via pensando che questo testo è importante e lo volete studiare. E' questo il ruolo - l'avevo anche scritto. Purtroppo è una cosa un po’ amara, ma il ruolo di chi introduce Savitri si compie nel momento in cui sparisce. E' un po’ come la scala: la usate, ma al momento che non vi serve più ve la lasciate alle spalle . Quindi il mio compito si realizza nel momento in cui io sparisco e voi non avete più bisogno di me, perché magari siete arrivati ad un contatto col testo partendo da una profonda irritazione per quello che dico io! (ride) L'obiettivo è che voi in qualche modo leggiate il testo.
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Allora, relativamente a Savitri, è stato un discorso un po’ lungo, ma pensavo fosse giusto collocare la prospettiva in cui sono io rispetto a Savitri, così voi sapete il condizionamento di origine e quindi potete avere con le cose che vi dirò un rapporto più consapevole. La mia posizione su Savitri è abbastanza diversa da quella che trovate in letteratura: Savitri in genere viene letto o come biografia di Mère e di Aurobindo, oppure come resa poetica di una visione filosofica. Sono questi due i versanti principali dei commentatori di Savitri, che in genere dicono: “Lo yoga del re è lo yoga di Sri Aurobindo, lo yoga di Savitri è lo yoga di Mère” (tra l'altro questo lo dice anche Mère). Altri invece dicono: “Lo yoga di Savitri si spiega perché nella Vita Divina c’è questo passo, o nella Sintesi c’è questo passo”, ecc... Quindi leggono Savitri come successiva resa poetica di una visione filosofica, di una visione metafisica. E queste cose sono entrambe vere contemporaneamente: le persone si collocano rispetto a Savitri a seconda delle loro predisposizioni, chi ha un concetto più filosofico cercherà di costruire la filosofia dentro Savitri, chi è un devoto ripeterà ossessivamente “il Savitri è la Madre”, ecc. Una terza posizione, che mi sembra incomprensibilmente minoritaria, è quella di riconoscere Savitri come l'archetipo del praticante, la mappa dell'esperienza del praticante. In altre parole io, sia per predisposizione personale, sia per il retroterra buddhista (che è un retroterra che vola molto basso), devo essere interessato a ciò che riconosco nella mia esperienza, e quindi la mia lettura di Savitri tende ad essere una lettura in cui Savitri è certamente la Madre Divina, è certamente Mère, ma è anche l'esperienza che io posso fare, l'esperienza che io faccio. E' una cosa che dice anche Mère: “La conoscenza di Savitri è una conoscenza per identità, quanto più leggerete Savitri, tanto più farete l'esperienza che Savitri ha descritta”.
E questo non vuol dire volare altissimo, chiaramente alcune parti di Savitri descrivono esperienze che noi non faremo mai, però attenzione a non fare l'errore contrario, a non ritenere che quello che viene descritto in Savitri come esperienza non sia un'esperienza possibile. Io tendo a leggere Savitri come l'archetipo del praticante, rispetto al quale io, come praticante, mi riconosco. E questo è il senso della cosa che mi avete spesso sentito dire: diventare Savitri, o identificarsi con Savitri. E' il fatto che i meccanismi che sono dentro Savitri, l'esperienza che Savitri fa, è la stessa esperienza che faccio io, e non perché io sono un Avatar, ma perché essendo esseri umani c'è questa sostanziale identità. E quindi la lettura di Savitri è una lettura per identità, ed è per questo che per me ha senso. Allora, qual è il giorno in cui Satyavan deve morire, qual è per me? Può essere solo adesso.